Siamo nel cuore della casa-museo: l’atelier dove Alice dipinge a partire dagli anni Settanta e dove oggi sono raccolti i suoi capolavori. Tra questi, ben visibili entrando, le uova casoratiane, uno dei temi preferiti dal maestro per insegnare ai propri allievi i fondamenti della sua personalissima strategia compositiva.
Nella parete di fronte, troviamo invece un Nudo molto simile a quello che Alice presentò alla 24a Biennale di Venezia, la prima del dopoguerra. È la biennale con cui il mondo conosce Picasso, ma è anche una Biennale di donne che si sarebbero riprese il proprio ruolo nella storia dell’arte: Leonor Fini, Carol Rama o Gina Roma, zia di Serse. È il battesimo artistico di Alice.
Al centro della parete, i Carciofi sono tra i frutti più maturi della sperimentazione neocubista. Si tratta di una natura morta che non prende le mosse dal reale, ma da riferimenti letterari: i carciofi di Giorgio De Chirico. L’arte di Alice diventa arte citazionista, arte allusiva, arte colta. Alice aveva incontrato De Chirico a Venezia verso la fine degli anni Quaranta, e nel frattempo era diventata professoressa di storia dell’arte. Ma la rilettura del modello è profonda: dietro le schegge e i frammenti che compongono l’opera è possibile intravedere la difficile situazione triestina del Governo Militare Alleato, conclusasi col nuovo rientro all’Italia nel 1954.
Alice non rimaneva indifferente agli incontri con la grande Storia: lo dimostrerà negli anni Settanta con il ciclo di Venezia sommersa, ciclo nato dopo aver vissuto un’altra drammatica esperienza: quella dell’‘acqua granda’, l’alluvione del ’66. Nel 1960 Alice si era infatti trasferita a Venezia, e con il grande Autoritratto in blu aveva inaugurato un periodo di intensa sperimentazione tecnica e narrativa. Capolavoro indiscusso del periodo è Alghe sul fondo, scelto anche come copertina dell’importante monografia del 2003. Con Alghe sul fondo Alice inizia a sciogliere nel colore le rigorose strutture compositive cubiste e a scivolare negli abissi della propria interiorità. Alice viene sfiorata dall’astratto.
È però un’interesse che dura poco: il ritorno a Trieste, nel 1971, segna il nuovo definitivo ritorno al figurativo, seppure nelle forme evanescenti di una surrealtà che racconta e mescola sacro e profano, in quello che Sgarbi ha definito «realismo provvisorio». Il richiamo dell’oltremondano proviene certamente dai luttuosi avvenimenti del periodo: la perdita prematura di un nipote e soprattutto quella dell’amato marito. Un’«orchestra spirituale» popola le tele degli anni Novanta, dove musici insegnano ai boschi a far risuonare i nomi dei cari.
I primi Duemila sono gli anni della rassegna, dell’ordinamento e in certi casi della riproposizione di alcuni temi della propria opera. La musica è, in questo senso, motivo “carsico” per eccellenza e – come già aveva avvertito Marina Poggi d’Angelo – tema ideale per far proprie nuove istanze simboliste. Ma la nostalgia ha un ultimo moto creativo, con il ciclo degli idoli cicladici, le divinità delle terre avite, che Alice dipinge fino agli ultimi giorni, inserendole ironiche e sonnolente in un paesaggio svanito, ormai più spirituale che reale: un paesaggio dell’anima.
