Dopo la proclamazione del portofranco, nel 1719, e in particolare tra 1740 e il 1780, sotto Maria Teresa d’Austria, Trieste era diventata lo sbocco sul mare per eccellenza dell’Impero: unicità che aveva attirato diplomatici e uomini d’affari austriaci, greci, serbi, ebrei e sloveni. Nasceva il mito della città cosmopolita. E nel giro di un secolo sarebbe nata la storia dell’arte moderna triestina.
Il mare è il nucleo tematico del paretino che si incontra entrando in soggiorno, sulla sinistra, dove, al centro della composizione, spicca la splendida Marina con bragozzi di Giuseppe Barison. Considerato il cantore del mare di Trieste, Barison aveva affinato lo studio di vedute marine a Genova, dove si era rifugiato durante la prima guerra mondiale, guerra che qui aveva avuto uno dei palcoscenici più duri.
Le cose erano iniziate a cambiare nella seconda metà dell’Ottocento, quando da un lato si era andato sgretolando l’idillio italo-slavo, la pacifica convivenza di italiani e slavi, agitati dai rispettivi movimenti nazionalistici; dall’altro si era inasprito il contrasto tra il vecchio potere centrale e la nuova borghesia mercantile, perfettamente rappresentata da personaggi come il Barone Revoltella o Rosario Currò, il cui unico figlio maschio, Rosario junior, campeggia nel grande ritratto di Carlo Wostry posto nella parete nord. Il 28 giugno 1914 veniva assassinato Francesco Ferdinando. Il 2 luglio il suo feretro passava per le vie di Trieste nell’ultimo viaggio da Sarajevo a Vienna. È la fine simbolica del mito dell’“Austria felix”, il lunghissimo regno di Franz Josef. Trieste passa dal mito alla realtà.
Con la fine della prima guerra mondiale, Trieste (con l’Istria e la Dalmazia) passa all’Italia. È l’inizio di una trasformazione radicale della sua posizione e del suo ruolo storico; si rompe il legame con l’hinterland danubiano-balcanico, che le aveva dato prosperità e grandezza, e, da porta che era stata, Trieste diventa baluardo staccato dal suo passato. Il mare diventa elemento archeologico o addirittura simbolico in tanta arte locale. E sarà un elemento importante anche nell’opera e nella vicenda biografica di Alice Psacaropulo, presente in questa sala non solo con nature morte e paesaggi triestini, ma anche con il piccolo tavolino mosaicato posto nel cuore dal salottino rosso Thonet.
Il tavolino verrà assemblato nel 1949 con le tessere lignee rimaste ad Alice dopo la decorazione della sala delle feste della turbonave “Conte Biancamano”, oggi parzialmente riallestita presso il Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo Da Vinci di Milano. Sarà una delle commissioni più prestigiose della carriera di Alice, che lavorerà gomito a gomito con uno dei pittori più importanti presenti in collezione: Giuseppe Santomaso (nella prossima sala). Alla fine degli anni Sessanta risalgono invece le due antine in tempera laccata raffiguranti la diga di Assuan poste sul corrimano del ballatoio che conduce al terrazzo e i bozzetti per le colossali decorazioni del cinema auditorium della turbonave Raffaello, oggi perdute a seguito dell’affondamento della nave nel Golfo Persico.
Sono opere che raccontano un altro fiore all’occhiello dell’economia locale: la stagione delle cosiddette ‘navi bianche’ che porta alla trasformazione delle navi da guerra in vere e proprie gallerie d’arte galleggianti grazie al coinvolgimento di artisti come Marcello Mascherini, Vito Timmel o Avgust Černigoj, l’unico artista locale a essersi formato alla Bauhaus di Gropius e presente nella collezione con il piccolo draghetto posto vicino al gallo di Sbisà.
